Cosa c'è da imparare oggi (per domani)

codingL’epoca che stiamo vivendo, da un punto di vista professionale, richiede un continuo aggiornamento delle nostre capacità e delle nostre competenze. Non si tratta solo di frequentare corsi di formazione in continuo (che, diciamolo, a volte sono anche ridondanti). Piuttosto sempre più spesso viene richiesto un grado di adattabilità, di mutazione, di “improvvisazione” o prontezza a situazioni nuove e diverse: alcuni la chiamano flessibilità, ma così facendo il termine viene troppo spesso confuso con precarietà. Forse quello che potremmo intendere per flessibilità è la nostra capacità di adattare le nostre conoscenze a contesti diversi, la possibilità che abbiamo di apprendere non soltanto conoscenze tecniche ed operative ma anche saperi funzionali. Qualcosa che possiamo poi adattare a situazioni e contesti variegati. Una volta avrebbero detto “le basi”. Oggi, certamente, queste “basi” non son più quelle di una volta (come le stagioni 😉 ) e dobbiamo forse aggiornarci e registrare la nostra formazione su altri parametri.

In questo senso pensiamo che un esempio di quel che intendiamo possa essere rappresentato dai corsi di programmazione informatica. In gergo si chiama coding (da code, codice in inglese) ed è la competenza di riuscire a programmare un software affinché possa poi svolgere le funzioni che immaginiamo. Volendo fare un po’ di filosofia il coding è in qualche modo un atto creativo (in senso letterale) perchè spesso in informatica immaginare una cosa significa poi, quasi direttamente, poterla realizzare. Per molti esperti è una materia sempre più necessaria per chi è nato in questo millennio, al pari dell’inglese. Un docente dell’Università di Urbino, Alessandro Bogliolo, sostiene che “imparare a programmare non serve solo a creare futuri programmatori, il salto di qualità si fa quando si inizia a pensare che il coding debba diventare materia di studio. Non comprate un nuovo videogioco, fatene uno. Non scaricate l’ultima app, disegnatela.

Il concetto che sta alla base del linguaggio informatico è il pensiero computazionale, ovvero la capacità che possiamo acquisire di pensare in maniera algoritmica ovvero trovare una soluzione e svilupparla alle esigenze ed ai problemi che ci si presentano, che decidiamo di affrontare. Ammesso che questa cosa sia importante quando bisogna iniziare ad imparare il “linguaggio della macchina”? La risposta è la stessa che diamo alla domanda “quando è meglio imparare una lingua straniera?”. Presto, prestissimo, già da bambini. Per tanti motivi. Il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi. Imparare a programmare apre la mente. Per questo si può cominciare già in tenera età. Anche per uscire da un equivoco, quello secondo cui i cosiddetti «nativi digitali» siano bravissimi con le nuove tecnologie (è un luogo comune): i minuti e le ore passate davanti ad un dispositivo digitale rischiano di essere una fruizione passiva, anche se è uno svago che può assorbire tempo ed energie. Quando i bambini si avvicinano al coding, invece, diventano soggetti attivi della tecnologia. I risultati sono immediati. In poco più di un’ora si può creare un piccolo videogioco, funzionante (per farlo partendo da zero il MIT di Boston ha creato un’applicazione apposita, che si chiama Scratch). Un responsabile didattico del coding afferma che “I ragazzi che approcciano il coding via via maturano una presa di coscienza: quando lavorano per il loro videogame vogliono che sia difficile, per renderlo più avvincente e divertente; iniziano a vedere le cose da una prospettiva diversa”.

Ecco, forse proprio di questo abbiamo bisogno, di trasformare e leggere la flessibilità come una prospettiva diversa. Ma la possiamo adottare solo se abbiamo gli strumenti e le conoscenze per vederla.

Informagiovani Ancona

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