#dilloinitaliano

dilloinitalianoQuesta settimana vi lasciamo con un appello e l’invito a sostenere una causa. Non lo abbiamo mai fatto prima ma ci piace cominciare con questa iniziativa. Qualche giorno fa sul blog di Annamaria Testa (che è spesso una nostra fonte preziosa di suggerimenti ed idee) è comparso un appello per la salvaguardia della nostra lingua.

Il punto è che la stiamo trattando male e, come si sa (o dovrebbe sapere), la lingua è come una pianta: se la tratti male piano piano si indebolisce e rischia anche di morire. Il “veleno” per la lingua italiana potrebbe essere l’utilizzo smoderato, inconsulto e inappropriato (o, meglio, sovrabbondante ed esagerato) di termini stranieri, dell’inglese in particolare. Come dice Annamaria Testa “Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese, hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato? Perché dire “fashion” invece di moda, e “show” invece di spettacolo?“.

Il motivo per cui non lo si fa crediamo sia abbastanza banale e quasi stupido: spesso attribuiamo a queste parole straniere una efficacia e una bellezza (“fa figo”) che invece non hanno, o non hanno nella maniera e nella misura in cui noi crediamo. Lo facciamo per due motivi: il primo è che non conosciamo la lingua inglese ed il secondo che non consociamo la lingua italiana a sufficienza. “Molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso. 
Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già. Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole di qualsiasi lingua come meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza. Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti cominciare a interrogarci sulle parole che usiamo“.

Riprendiamo e facciamo nostro quindi l’appello ad un utilizzo più consapevole e corretto della lingua soprattutto da chi la utilizza pubblicamente (noi compresi). La petizione chiede all’Accademia della Crusca di farsi portavoce di questa istanza, che può aver peso e buon esito solo grazie all’appoggio di tutti noi.
Perché è importante che firmiate? Perché la lingua italiana è un bene comune: ci appartiene, ha un valore grande ed è nostro compito averne cura.
Se siete d’accordo potete firmare su Change.org: vi basta un minuto. E poi parlatene e fate girare il testo in rete. Fatelo subito! L’hashtag è #dilloinitaliano

Francesco Vernelli

Consulente per la comunicazione on line.

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