Farsi venire un'idea

ideeCome si fa a farsi venire un’idea? Così, in maniera astratta e non contestualizzata, forse è davvero difficile non solo spiegarlo ma anche riuscirci. In realtà le idee nascono anche un po’ per caso, per un sogno o un desiderio, perché leggiamo una frase che ci appassiona o vediamo qualcosa che ci colpisce.  La famosa lampadina che si accende, insomma, non è sempre pronta a rispondere ai nostri comandi e talvolta, anche se lo vogliamo, le idee non vengono. Per questo motivo negli anni ’40 del secolo scorso, un pubblicitario americano di nome Alex Osborn, aveva inventato un metodo per far nascere le idee: l’ormai conosciuto, diffuso e strausato brainstorming.

Per chi non lo sapesse, il brainstorming (dall’inglese brain/cervello e storm/tempesta) è una tecnica di gruppo che consiste nel dire ciascuno tutto ciò che gli viene in mente rispetto a un argomento o un tema, senza alcun limite e senza la possibilità di essere censurati dagli altri. Quello che si dovrebbe ottenere è il più vasto e differenziato catalogo di idee sul tema dal quale prendere poi le migliori. Questa tecnica però ultimamente è messa in discussione da molti punti di vista. I motivi per cui il brainstorming non funziona sono dettagliati in questo articolo dell’Observer (in inglese; in italiano li trovate sul numero 1105 di Internazionale). Annamaria Testa nel suo blog prova ad approfondire il tema, citando alcuni motivi per cui i presupposti del brainstorming in realtà siano falsi. Il primo presupposto è quello che in gruppo le idee vengono meglio: in realtà “le persone sono più produttive se lavorano da sole. Facendo lavorare contemporaneamente gruppi e singoli individui sul medesimo tema, è facile verificare che i singoli producono più idee, e idee migliori“. Il secondo presupposto dice che la critica è paralizzante ed è per questo che nel brainstorming anulla è vietato. Però “le critiche altrui servono, eccome: aiutano a buttar via rapidamente le idee inefficaci.” Nonostante queste critiche siano delle mine alle fondamenta del brainstorming, questa tecnica continua a essere ampiamente utilizzata.

Ma se ce ne dovessimo liberare come potremmo fare a diventare tutti un po’ più creativi? La ricetta finale, quella sicuramente giusta, non l’abbiamo trovata. Ma leggendo un libretto piuttosto interessante, “Ruba come un artista” di Austin Kleon, abbiamo trovato qualche suggerimento davvero innovativo. Prendendo spunto dal titolo, la tecnica più efficace per essere creativi è davvero quella di “rubare”. Il furto di cui parliamo certamente non è una truffa e non porta danno a nessuno. L’indicazione possiamo spiegarla meglio in altra maniera, facendo un esempio. Pensate a come sono nati e cresciuti gli artisti che oggi conosciamo e riconosciamo come geni (Giotto, Raffaello, Leonardo, ecc.): la maggior parte di loro (la totalità potremmo dire) ha imparato la propria arte seguendo un maestro. Che cosa vuol dire “seguire” un maestro: spesso significava guardare quello che faceva e poi tentare di rifarlo. Questo procedimento, raccontato così, può sembrare molto simile al “Ctrl+C / Ctrl+V” che utilizziamo al computer (copia & incolla per chi è meno pratico della tastiera). In realtà tra il “copia” e l'”incolla” ci stava di mezzo una parola (e un’azione) che faceva la differenza: “rielabora”. Se non fosse così, se non ci fosse stato un processo di rielaborazione sarebbe diventato grande artista chiunque. Il processo di rielaborazione che mettiamo in atto quando prendiamo le mosse da qualcuno che cerchiamo di imitare è qualcosa che assomiglia molto alla creazione di idee.

Copiare quindi non è un peccato o una colpa, a patto di farlo bene. A patto, cioè, che il risultato finale non sia un accozzaglia di elementi posticci rubati qua e là, ma sia una rielaborazione di ciò che abbiamo visto e ci è piaciuto. Austin Kleon nel suo piccolo trattato sulla creatività mette anche un altro suggerimento interessante: circondarsi di talenti. Partecipare a un gruppo in cui non siamo i più bravi, confrontarsi con persone che ne sanno più di noi, ritrovarsi nella stessa stanza con persone che sono più brillanti di noi, frequentare una classe di studenti che hanno migliori risultati dei nostri, avere amici più abili di noi in qualche disciplina non dovrebbe farci sentire sfortunati, depressi o perdenti. In realtà è uno dei modi migliori per imparare facendo, per avere qualcuno da cui prendere le mosse, per trovare il nostro “maestro di bottega”. Perché altrimenti da chi copiamo?

Francesco Vernelli

Consulente per la comunicazione on line.

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