Parla come mangi

Il meeting sarà poco dopo il briefing e finirà con un brunch a base di finger food. Questa frase, costruita qui ad hoc, è inventata ma non fatichiamo a credere che potrebbe essere benissimo stata pronunciata, anche più di una volta. Una frase del genere è un mix di parole italiane e inglesi ma quello che notiamo è che le italiane sono solo quelle funzionali e non quelle che danno il significato e il senso alla frase: chi parla o scrive così più che farsi capire sembra proprio che abbia l’intento contrario. L’ingresso di parole straniere nella nostra lingua non è una moda del momento. Per esempio la parola chewingum, ampiamente utilizzata da tempo, è stata introdotto alla fine della seconda guerra mondiale con l’arrivo degli americani. Allora l’inglese era poco conosciuto così come, ahimè, l’italiano (ma temiamo che su questo i miglioramenti non siano stati per tutti omogenei).

La domanda che ci facciamo in questo momento è: sono utili i termini inglesi nella nostra produzione orale o scritta? Possono essere sostituiti con termini italiani di eguale significato e, diremmo, di uguale estetica linguistica? Detto in altre parole e con un esempio: possiamo facilmente sostituire la parola meeting con “incontro” senza timori di non essere capiti, mentre per identificare il brunch forse diventa un po’ più ostico utilizzare una perifrasi come “pasto consumato in tarda mattinata a metà tra la colazione e il pranzo”. Come ci regoliamo? La questione non è solo accademica e di stile linguistico. Riguarda tutti noi per esempio quando ci presentiamo ( proposito, ieri abbiamo detto a scuola quali sono le regole principali, le trovate qui) attraverso una lettera di presentazione professionale, un cv o un post sul nostro profilo social che utilizziamo anche per farci conoscere come professionisti. Secondo noi potrebbe essere utile capire quando possiamo (e dobbiamo) utilizzare un termine inglese perché così è più comprensibile ed invece quando il nostro inglese serve solo a farci sembrare un po’ più “fighetti” senza nulla aggiungere ai contenuti che proponiamo.

La questione non è da poco considerato che anche l’Accademia della Crusca ha creato un gruppo di lavoro dedicato ai neologismi e alle nuove parole che entrano nel vocabolario della lingua italiana. Non da meno ci dovrebbe far riflettere il fatto che su alcune questioni di interesse comune come il lavoro e la famiglia si utilizzino termini in inglese quando si cerca di cambiare qualcosa (rispettivamente jobs act e stepchild adoption): dovremmo capire meglio o di meno? Qualche volta, purtroppo, è la seconda ipotesi che vince. Ma se nelle questioni di politica segue il dibattito nel quale è possibile confrontarsi e approfondire, in un testo scritto che ciascuno di noi invia agli altri non ci sono tante possibilità di discussione e argomentazione. La necessità in questi casi è quella di presentarsi in maniera chiara, efficace e, possibilmente, con successo.

Per risolvere la questione e capire se per esempio nel vostro cv dovete scrivere che vi siete occupati di brand e di budget anziché di “marca” e “bilancio” oppure se avete già lavorato per un competitor anziché un “concorrente” potete fare riferimento a questa lista: contiene 300 parole che utilizziamo in inglese ma che hanno un equivalente più che opportuno anche in italiano. Fatelo, anche se se state rispondendo a qualcuno in cerca di un key account junior: forse è anche un modo che la vostra conoscenza dlela lingua (e delle lingue) supera il loro know-how.

Francesco Vernelli

Consulente per la comunicazione on line.

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